201504.02
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Regime Patrimoniale: Colombia

COLOMBIA – REGIME PATRIMONIALE: SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETÀ CONIUGALE

 

Si prospetta il seguente quesito: Tizio, cittadino italiano residente in Colombia e coniugato con cittadina colombiana, con matrimonio celebrato in Colombia, intende acquistare un immobile in Italia ed essere certo che la moglie non possa sullo stesso avanzare alcuna pretesa.

Tra i coniugi era vigente una “società coniugale” liquidata con atto pubblico ricevuto da un notaio colombiano, debitamente tradotto e apostillato.

Si chiede se sia possibile realizzare quanto richiesto e, se sì, con quali modalità.


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L’art. 30 della legge 31 maggio 1995, n. 218, prevede che i rapporti patrimoniali tra coniugi sono regolati dalla legge applicabile ai loro rapporti personali che, secondo l’art. 29 è la loro legge nazionale comune o, se hanno diverse cittadinanze o più cittadinanze comuni, quella dello Stato nel quale la loro vita matrimoniale è prevalentemente localizzata.

Si è al riguardo sottolineato come la concreta individuazione del luogo in cui la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata è una questione di fatto che può risultare di difficilissima soluzione, sebbene questo coincida, nella normalità dei casi, con la residenza comune dei coniugi, intesa come residenza effettiva ed abituale (Salerno Cardillo, Regime patrimoniale tra coniugi nel diritto internazionale privato italiano, Collana CNN, Milano, 1998, 20).

Nel caso in esame si deve, quindi, fare riferimento alla legge colombiana.

Ciò posto, la disciplina dell’art. 30 della legge 218/1995 non esaurisce la questione, poiché il nostro sistema di diritto internazionale privato contempla anche l’istituto del rinvio (rinvio ad un altro ordinamento che può essere all’ordinamento italiano, c.d. “rinvio indietro”; ovvero ad un terzo ordinamento straniero, c.d. “rinvio oltre”. Cfr. Salerno Cardillo, Regime patrimoniale tra coniugi nel diritto internazionale privato italiano, cit., 14).

L’art. 13 della legge 218 stabilisce, infatti, che quando “è richiamata la legge straniera, si tiene conto del rinvio operato dal diritto internazionale privato straniero alla legge di un altro Stato: a) se il diritto di tale Stato accetta il rinvio; b) se si tratta di rinvio alla legge italiana”.

Occorre, quindi, tener conto anche delle norme di diritto internazionale privato dell’ordinamento al quale l’applicazione del criterio di collegamento conduce: nel nostro caso, le norme – o i principi – di diritto internazionale privato che valgono nell’ordinamento colombiano.

In Colombia manca una disciplina organica del diritto internazionale privato, in assenza della quale la norma di riferimento è data dall’art. 18 del codice civile, il quale sembrerebbe assoggettare alla legge colombiana tutti i rapporti giuridici in esso regolati che afferiscano agli stranieri ivi residenti (Articulo 18. Obligatoriedad de la ley. La ley es obligatoria tanto a los nacionales como a los extranjeros residentes en Colombia).

La norma colombiana, quindi, sembrerebbe confermare il rinvio operato dalla nostra disciplina del conflitto tra le leggi.

Il successivo art. 20 del codice civile colombiano sembra, tuttavia, adottare per la disciplina dei beni immobili il criterio della lex rei sitae, proprio anche di altri ordinamenti, che prevede espressamente l’applicazione del diritto interno agli immobili siti nel territorio dello Stato, anche se di proprietà di stranieri residenti all’estero (Articulo 20. Aplicabilidad de la ley en materia de bienes los bienes situados en los territorios, y aquéllos que se encuentren en los estados, en cuya propiedad tenga interés o derecho la nación, están sujetos a las disposiciones de este código, aun cuando sus dueños sean extranjeros y residan fuera de colombia).

Tale norma potrebbe anche essere interpretata, a contrariis, come applicazione del diritto straniero per gli immobili siti all’estero, ancorché di proprietà di cittadini colombiani. Ed è noto anche come, quando si applica il principio della lex rei sitae, si tende ad estendere la disciplina dello stato in cui il bene si trova anche a profili relativi al diritto successorio o al diritto di famiglia, laddove manchi una regola specifica di conflitto per questi aspetti.

Nel caso di specie, tuttavia, trattandosi di verificare il diritto applicabile alla convenzione matrimoniale stipulata dai coniugi residenti in Colombia, che investe la sfera dei rapporti patrimoniali tra coniugi, la regola di conflitto di riferimento dovrebbe più correttamente essere quella individuata nell’art. 18 del codice civile colombiano, che rinvia all’ordinamento colombiano stesso.

Il regime patrimoniale “legale”, in forza degli artt. 180 e 1774, in Colombia, è appunto quello della società coniugale ma, per coloro che si siano coniugati all’estero e stabiliscano la propria residenza in Colombia, si presume il regime di separazione dei beni (Articulo 180. Sociedad conyugal. Por el hecho del matrimonio se contrae sociedad de bienes entre los cónyuges, según las reglas del título 22, libro IV del Código Civil.

Los que se hayan casado en país extranjero y se domiciliaren en Colombia, se presumirán separados de bienes, a menos que de conformidad a las leyes bajo cuyo imperio se casaron se hallen sometidos a un régimen patrimonial diferente

Articulo 1774. Presunción de constitución de sociedad conyugal. A falta de pacto escrito se entenderá, por el mero hecho del matrimonio, contraída la sociedad conyugal con arreglo a las disposiciones de este título.).

La società coniugale può esser sciolta, oltre che per divorzio e provvedimento dell’autorità giudiziaria, anche per convenzione matrimoniale in forma pubblica (Articulo 1820. Causales de disolución de la sociedad conyugal. La sociedad conyugal se disuelve: … 5.) Por mutuo acuerdo de los cónyuges capaces, elevado a escritura pública, en cuyo cuerpo se incorporará el inventario de bienes y deudas sociales y su liquidación).

Per effetto dello scioglimento della società coniugale i coniugi si trovano, pertanto, in un regime convenzionale di separazione dei beni.

Relativamente all’efficacia in Italia di tale convenzione, occorre considerare che tanto la trascrizione dei matrimoni celebrati all’estero, quanto l’annotazione delle convenzioni matrimoniali ad essi relativi, hanno carattere certificativo e probatorio, in quanto l’art. 115 c.c., relativamente al matrimonio del cittadino all’estero, impone il rispetto delle condizioni necessarie per contrarre matrimonio in Italia (artt. 84-90 c.c.), ma non anche delle forme di pubblicità previste per il matrimonio celebrato in Italia (con la conseguenza che la mancata trascrizione nei registri dello stato civile italiano non potrebbe rilevare ai fini della validità del matrimonio stesso; in tal senso, Clerici, Il matrimonio dei cittadini all’estero e degli stranieri in Italia, in Tratt. Bessone, IV, 1, Famiglia e matrimonio, Torino, 2010, 383; De Falco, Convenzioni matrimoniali poste in essere in un ordinamento straniero, in Atti notarili. Diritto comunitario e internazionale, in Tratt. Preite, Torino, 2011, 52, secondo cui il matrimonio contratto all’estero – sia che si tratti di matrimonio contratto tra cittadini italiani, sia che si tratti di matrimonio che coinvolga uno o entrambi i coniugi stranieri, a loro volta di medesima o diversa nazionalità – è valido ed efficace, anche se non trascritto nei Registri di stato civile, purché ci si trovi «in presenza di un matrimonio tale considerato nell’ordinamento in cui si è formato e che esplichi in esso effetti civili, e purché sussistano i presupposti di forma (molto liberali) e di sostanza (meno liberali), rispettivamente previsti dagli artt. 28 e 27 della legge 31 maggio 1995, n. 218». Nella giurisprudenza civile, Cass. 19 ottobre 1998, n. 10351, in Riv. dir. intern. priv. proc., 1999, 595; Cass., 2 marzo 1999, in Riv. dir. intern. priv. proc., 1999, 613; Cass., 13 aprile 2001, n. 5537, in Giust. civ., 2001, I, 2379, n. 1739; Trib. Latina 10 giugno 2005; Trib. Monza 12 novembre 2009, Trib. Monza 25 agosto 2010; Trib. Reggio Emilia 7 aprile 2005, in Corriere Mer., 2005, 924, Cass., 13 dicembre 2006 / 7 marzo 2007, n. 9743).

Pertanto, anche in mancanza dell’annotazione della convenzione matrimoniale nel registro dello stato civile italiano, l’acquisto eseguito dal coniuge non cade in comunione.

Deve, tuttavia, segnalarsi che, quanto meno sul piano deontologico, il notaio sarà tenuto ad invitare i coniugi ad eseguire sia la trascrizione dell’atto di matrimonio celebrato all’estero (ove questa non sia ancora stata eseguita), sia l’annotazione della convenzione matrimoniale (in tal seno, Salerno Cardillo, Esempi e casi pratici in materia di opponibilità ai terzi del regime patrimoniale tra coniugi, regolato da legge straniera con riferimento ai diritti reali immobiliari in Studi e materiali , 2008, 693 ss.), al fine di meglio garantire la conoscibilità della stessa da parte di tutti i soggetti interessati.


Daniela Boggiali e Antonio Ruotolo