201504.02
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Regime Patrimoniale: Francia

 

FRANCIA. REGIME PATRIMONIALE: EFFICACIA DI COMUNIONE CONVENZIONALE TRA CONIUGI CITTADINI FRANCESI DELLO STESSO SESSO

Si prospetta il seguente quesito: Tizio, cittadino italiano e francese, vive in Francia da anni. Nel 1999 ha stipulato un patto civile di convivenza con Caio, nel rispetto del diritto francese (il quale non ha modificato il suo stato civile – che è rimasto celibe). Tizio e Caio intendendo contrarre matrimonio come consentito dalla nuova normativa francese, e pochi mesi prima della data fissata per il matrimonio, si recano dal notaio e stipulano una convenzione di comunione universale al sensi dell’art. 1526 del code civil.

In tale convenzione, Tizio e Caio (ancora celibi), ma “dichiarando di agire in qualità di futuri coniugi”, in vista del matrimonio, hanno dichiarato di assoggettare il loro regime patrimoniale al regime della comunione universale dei beni mobili ed immobili, presenti e futuri, fatte salve le precisazioni contenute nella citata convenzione.

In particolare nella convenzione medesima, è scritto quanto segue “la comunione comprende tutti i beni, mobili ed immobili che i futuri coniugi possiederanno il giorno del matrimonio o che acquisteranno in seguito, insieme o separatamente, o che a qualunque titolo, in seguito a donazione, successione …. omissis “.

Tizio, in particolare, al momento del matrimonio – tra gli altri –possiede anche una quota di un bene sito in Italia, ricevuto in successione dal padre.

Nel frattempo interviene il matrimonio tra Tizio e Caio nel 2013. Oggi Tizio deve vendere insieme ai coeredi il bene immobile sito in Italia.

Alla luce di quanto sopra, si chiede:

  1. a) Quale stato civile – e conseguentemente – quale regime patrimoniale dovrà dichiarare Tizio nell’atto di vendita.
  2. b) Se, vista la convenzione di comunione universale stipulata in Francia con il coniuge, quest’ultimo debba intervenire nell’atto di vendita per prestare ogni necessario consenso al trasferimento immobiliare per la massima tutela dell’acquirente.

***

Occorre muovere, innanzitutto, dalla considerazione che:

– le condizioni per contrarre matrimonio sono regolate dalla legge nazionale di ciascun nubendo (art. 27 l. 31 maggio 1995, n. 218) e ciò già dovrebbe valere a escludere che possa aver rilevanza, rispetto al caso di specie, la mancanza di una regolamentazione nel nostro ordinamento del matrimonio fra persone dello stesso sesso; e

– che la legge nazionale comune regola, ai sensi degli artt. 29 e 30 l. 218/1995, i rapporti patrimoniali tra i coniugi.

Il nostro ordinamento rinvia, pertanto, sia per ciò che concerne i requisiti di validità del matrimonio, sia per ciò che concerne la disciplina dei rapporti patrimoniali, all’ordinamento francese.

Quest’ultimo, a sua volta, prevede l’applicazione della legge francese per ciò che concerne i requisiti di validità del matrimonio (art. 3 code civil “Les lois concernant l’état et la capacité des personnes régissent les Français, même résidant en pays étranger).

Ne deriva, quindi, che il notaio italiano chiamato a ricevere un atto al quale intervengano due cittadini francesi, regolarmente coniugati in base all’ordinamento di provenienza, non può non prendere atto di tale circostanza.

Quanto, poi, alla legge che disciplina i rapporti patrimoniali dei coniugi, trova applicazione, per la Francia, la Convenzione dell’Aja del 14 marzo 1978 sulla legge applicabile ai regimi patrimoniali. In particolare, l’art. 4 della convenzione stabilisce che, in mancanza di una diversa scelta, il regime patrimoniale è regolato dalla legge del luogo di residenza comune.

Pertanto, nel caso di specie, in forza della menzionata regola di conflitto, trova applicazione il code civil, che consente la stipula di convenzioni matrimoniali che prevedano la comunione universale dei beni (art. 1526 code civil).

Nel caso di specie, quindi, pur riguardando la fattispecie un atto di disposizione di un bene immobile, non sembra che possa venire in considerazione l’art. 3 code civil, che adotta il criterio della lex rei sitae, in quanto la portata di tale ultima norma ha carattere residuale, trovando invece applicazione solo laddove manchi una specifica regola di conflitto (è il caso, ad esempio, delle successioni).

Dunque, in definitiva, nel nostro caso non sembrano esservi elementi per escludere l’applicazione della legge francese, con conseguente necessario intervento in atto anche del coniuge (ex art. 1422, comma 2, code civil, dettato per la comunione degli acquisti, ma che parrebbe applicabile anche e a maggior ragione a quella universale, secondo cui “Les époux ne peuvent, l’un sans l’autre, disposer entre vifs, à titre gratuit, des biens de la communauté”).

Non sembra, comunque, che il ricevimento di un atto di disposizione in cui intervengano i due interessati quali contitolari del bene comporti effetti contrari all’ordine pubblico interno che implichino, quindi, ai sensi dell’art. 16 della legge 31 maggio 1995, n. 218, la disapplicazione della legge francese.

 

Daniela Boggiali e Antonio Ruotolo